itinerari letterari · RECENSIONI · Variazioni sul tema editing e letteratura

“Lo zaino è pronto, io no” di Marco Lovisolo – Recensione

(di Teresa Madonia)

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Jack Kerouac scriveva nel suo romanzo autobiografico Sulla strada (Mondadori, 2006), «Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è la vita». Le strade percorse da Marco Lovisolo in questo libro sono quelle di almeno sei paesi nel mondo e le valigie logore non sono altro che uno zaino.

Lovisolo, nuova promessa della letteratura di viaggio, torinese di nascita, amante del nebbiolo e del blues, ha raccolto le sue esperienze di viaggio in un libro in cui non si prende molto sul serio e nel quale ogni occasione è buona per fare auto-ironia.  Lo zaino è pronto, io no (Youcanprint, 2017) è un’affabile descrizione, mai noiosa, di paesi molto diversi tra loro: dal Kenya al Messico, dall’India al Perù, dalla Cambogia alla Patagonia.

Puntuali i riferimenti alla storia e alle tradizioni; esilarante il racconto dell’impatto con i cibi e le bevande – dai peperoncini verdi-dinamite alle cavallette fritte, le chapulinas, dalle foglie di coca ai chicarrones, dal granchio al sugo al pisco sour – e affascinante quello dell’incontro con gli animali (lo sguardo quasi d’intesa tra l’autore e una leonessa durante il safari in Kenya ne è l’esempio). Scorrono pagine popolate da personaggi di ogni tipo che contribuiscono a creare quell’atmosfera dell’“altro” e dell’“altrove” tipica del viaggio.

Il comune denominatore della narrazione è il passare del tempo, la diversa concezione che ne ha ogni popolo e, di conseguenza, la diversa visione della vita stessa. Un motivo di riflessione per l’autore come per tutti i lettori. Cos’è in realtà il tempo? Chi l’ha inventato e perché dobbiamo scandirlo? Lovisolo non ha risposte e non le ha nemmeno il lettore, se non trovandole nella visione utilitaristica e materiale della vita. In fondo come scrive Aldo Sarullo, parlando di un orologio, nel suo Il venditore di pensieri (NovantaCENTO, 2010): «Sembra strano che io chiami utensìle un orologio? A me no. Per me è uno dei tanti strumenti adibiti ad aiutare gli uomini nel lavoro e nella conduzione della vita. Un utensìle». E anche il tempo non è altro che un utensile, nel senso lato del termine, un’utilità. Ecco perché i popoli ne hanno una concezione diversa, perché da quell’utilità proviene loro una diversa dipendenza.

E poi: il caos delle città più trafficate contrapposto al silenzio dei luoghi sacri nella loro dimensione meditativa e mistica. E ancora: la povertà, quella che non ti aspetti e ti sorprende agli angoli delle strade o quella che percepisci radicale, immodificabile, atavica. Lovisolo sente forte su di sé una responsabilità: quella di essere più fedele possibile alla realtà, quella di dare al lettore un’informazione corretta. Non c’è attività, spostamento o esperienza in cui non si senta vigoroso il carattere dello scrittore, la sua sensibilità pulsante ed emozionata, ma anche il suo giudizio autentico e, talvolta, scanzonato. Scriveva Saint-Exupery, ne Il piccolo principe, che Lovisolo consiglia vivamente di leggere prima di partire per la Patagonia: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: si vede solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Consiglio da dare a ogni viaggiatore: sì, guardare con il cuore…e Lovisolo ci è riuscito.

 

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