RECENSIONI · Variazioni sul tema editing e letteratura

Il venditore di pensieri di Aldo Sarullo – Recensione (di Teresa Madonia)

Chi è un venditore di pensieri? Tutti noi possiamo esserlo? Sì, nella misura in cui riusciamo ad esternare – e lo facciamo adeguatamente, – quello che abbiamo dentro.  E a tutti quelli che pensano sia facile, dico, non lo è affatto.  Fidatevi. Ciò che fa di uno scrittore e un pensatore uno scrittore e un pensatore è riuscire a mettere su carta le proprie emozioni, esperienze di vita e aneddoti, senza scadere nel banale, senza abbandonarsi ai sentimentalismi. Narrare qualcosa di personale per renderlo universale e quanto di più difficile ci sia, e credo che Aldo Sarullo ci sia riuscito in questo suo Il venditore di pensieri (Novantacento edizioni, 2010).

Partiamo dalle dimensioni del viaggio e del tempo. Al viaggio e al tempo l’autore rimanda spesso, nella consapevolezza che la vita è un viaggio, – da cui ognuno di noi trae insegnamenti, delusioni, soddisfazioni e molto altro – e il tempo non è altro che un escamotage per la scansione di questo viaggio. L’importanza dell’attimo (kairòs) non può che riportarci al vecchio insegnamento oraziano Carpe diem. Questo, secondo me, – lungi dal voler essere un’esortazione fine a se stessa – deve diventare quasi un mantra: da ogni attimo e da ogni esperienza dobbiamo trarre il più possibile per noi, nel bene e nel male (come fa Sarullo in molte delle esperienze narrate).

È sfizioso il modo di raccontare: accattivante, scanzonato, ma serio allo stesso tempo. I titoli dei capitoli talvolta ci fanno pensare, talvolta sorridere (come quello “Né forchette, né set” perché nel capitolo non si parla di nessuna delle due cose. Una chiara trovata narrativa per tenere il lettore incollato al capitolo). Ogni episodio è narrato con naturalezza e da ognuno si sprigiona la forza della sapienza. Naturalezza e sapienza, due qualità narrative che non sempre vanno di pari passo, ma che invece qui sono l’una il completamento dell’altra, in una sorta di retaggio delle sane tradizioni della nostra cultura (“come di pane caldo buono”).

E poi, come non citare le belle poesie, i doppi sensi delle parole che ridestano l’attenzione, l’ironia e soprattutto l’autoironia di Sarullo. Un siciliano che sa analizzare il carattere dei siciliani con dovizia, esuberanza e sano umorismo.

Mi hanno colpito molto due riflessioni del nostro venditore di pensieri.

Quella sulla dimensione della satira: abusato istituto che garantisce l’intoccabilità a tutti coloro che si divertono a stra-parlare di un’altra persona; che sarà mai, in fondo si sta solo facendo satira. Sì, come a Carnevale ogni scherzo vale, anche se ti hanno bruciato la macchina… Bè, insomma, come nascondere il sole con le mani.

La seconda riflessione riguarda la televisione. Questa scatola che ormai contiene di tutto, ma non quello di cui avremmo bisogno. Dello stesso parere credo sia l’autore quando parla della televisione quale possibile fornitrice di ammortizzatori morali. Non potrei essere più d’accordo con le sue parole. (Io che hp scrissi una tesi di laurea sull’importanza della presenza dei libri in televisione e che venni guardata con qualche titubanza da coloro che la lessero). Cito direttamente le parole di Sarullo, perché sono migliori delle mie per esprimere il concetto di ammortizzatori morali in tv: «nasce da questo scenario il bisogno di ammortizzatori morali e cioè di strumenti che sostengano le coscienze generando elementi compensativi che suscitino un senso di responsabilità adeguato alle libertà godute. E crediamo che sia proprio la televisione lo strumento più adatto a fornire ammortizzatori morali, proprio perché più facilmente porta in ogni casa modelli e pensieri che inducono la collettività a scelte emulative o che, comunque, incidono sulla formazione delle coscienze».

Sì, la formazione delle coscienze; ma quale formazione ci potrà essere se la nostra televisione è invasa da talent di dubbia natura, grandi fratelli vari e programmi che mirano solo al divertissement, nell’accezione meno evoluta del termine, quella di puro intrattenimento. E chi lo dice che non si possa intrattenere, dilettare anche con la cultura?

Battaglia impari…e faticosa, si sa. Ma il venditore di pensieri non si abbatta e continui a far assaporare ai suoi lettori infiniti attimi di libertà intellettuale, che a loro volta possono diventare “giganti” ammortizzatori morali.

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Articoli su rivista Leggere:tutti · itinerari letterari · Variazioni sul tema editing e letteratura

Il caffè letterario dei futuristi: Le Giubbe rosse di Firenze – Leggere:tutti n. 115

Cari/e amici e amiche, 

per chi non avesse avuto modo di leggerlo in rivista, posto il mio ultimo articolo apparso su Leggere:tutti di ottobre: un omaggio al caffè letterario Le Giubbe rosse di Firenze. 

Teresa Madonia 

consigli di scrittura creativa · Editing e revisione manoscritti · Variazioni sul tema editing e letteratura

Oh no, non riesco a continuare a scrivere… Qualche consiglio.

di Teresa Madonia

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Consigli per superare ogni tipo di “blocco dello scrittore”…

Questo post non è altro che una nota scritta qualche giorno fa per una cliente. M.R. mi ha inviato un suo manoscritto incompleto da esaminare. Non sa come continuare e ha bisogno di qualche consiglio. Trattandosi di consigli generali, ho pensato potesse essere utile a molti di voi, amici scrittori!

Cara M.R., l’inizio del romanzo breve che ha scritto è ben fatto. Si tratta solo di rimettere a posto le idee e ricominciare a scrivere. Una breve pausa va bene comunque: riprenderà con più lena, stia tranquilla.

Le darò qualche consiglio che vale per lei, come per tutti coloro che si trovano nella sua situazione.

  • Innanzitutto, a meno che non si tratti di un giallo, non è necessario avere già in mente il finale del libro. Questo distrae: prima bisogna lasciarsi andare, narrare, descrivere, immaginare i dialoghi; bisogna liberarsi dai condizionamenti che il finale stesso può avere su tutta l’opera ed esplorare tutto il mondo creativo che c’è in noi. (NOTA: dalla sua mail mi sembra di capire che lei avesse delle idee sul finale, se ne liberi prima possibile e si faccia guidare passo passo dalla sua immaginazione)
  • Il segreto della scrittura è l’osservazione. Bisogna saper osservare, ascoltare, giudicare, immaginare. Osserviamo i due amici che stanno seduti sulla nostra stessa panchina al parco. Ascoltiamo le loro parole (sì, origliamo pure), i loro movimenti, il loro gesticolare.

[Potrebbero essere A. e M. o altri personaggi della nostra storia. Da una frase pronunciata dai nostri vicini (che so: “domani incontrerò Michela per raccontarle del mio viaggio”, potrebbe venirci in mente un viaggio che A. e M. faranno insieme alla ricerca di…)…Oppure… (“quella stronza mi ha rubato tutto” potrebbe farci pensare ad una separazione, magari R. e A. si separeranno…). E poi osservare i gesti di tutti coloro che ci parlano. Perché poi dovremo essere in grado di riprodurli sui nostri personaggi.  [Se M. è nervoso, invece che scriverlo, possiamo fare in modo che siano i suoi gesti a dirlo: “si contorceva le dita delle mani, gocce di sudore gli scendevano sulla fronte”. Se ad essere nervosa è A. potremmo scrivere:  “arrotolava attorno alle dita le ciocche laterali di capelli e li sistemava dietro le orecchie e poi di nuovo e di nuovo”…]

E se poi siamo a una cena, osserviamo il nostro vicino di tavolo: “Che farà nella vita? Come sarà caratterialmente? Perché parla alla sua compagna a bassa voce, quasi bisbigliando?”.  Qui subentra la nostra capacità di giudizio, la nostra immaginazione [e magari questo tizio diverrà il nuovo “cliente” di M.].

  • Il gioco delle possibilità. Quando scriviamo una storia, impariamo a chiederci cosa sarebbe accaduto se il nostro personaggio invece di fare quello che scriviamo, facesse altro. Ci sono cinquantamila possibilità di azione, immaginiamocene almeno 2/3. E’un esercizio importante che normalmente porta a nuovi spunti per continuare una storia.
  • L’esperienza personale. Possiamo inserire nel racconto anche qualche esperienza personale; portare a un livello immaginario un fatto accadutoci o che vorremmo accadesse è sicuramente proficuo per trovare ispirazione. Tra le esperienze personali diamo molta importanza a quelle della nostra infanzia. Quello che da bambini ci ha segnati porta sempre con sé suggerimenti interessanti per la scrittura [la mia bambola Rossana, dal viso porcellanato rotto, ha rischiato spesso di diventare personaggio dei miei racconti, così come il cane del mio vicino].
  • Facciamoci ispirare da eventi/storie di vita che ci raccontano gli altri, o dai luoghi che ci circondano anche i più ordinari (non per forza quelli “dorati” delle vacanze), o dalla musica che ascoltano i nostri vicini di condominio (che inesorabilmente è sempre molto diversa da quella che ascoltiamo noi, ma non per questo meno stimolante, anzi!).
  • Facciamoci incoraggiare dalle letture; sono una fonte inesauribile di estro.
  • Aggiungere personaggi. [Il suo scritto è povero di personaggi, nel senso che in queste prime pagine focalizza troppo l’attenzione solo sui due protagonisti]. Per fare in modo che la storia possa avere un seguito bisogna aggiungere altri personaggi, caratterizzarli meglio, descrivere le loro azioni e personalità, fare in modo che la loro vita ruoti assieme e contemporaneamente a quella dei protagonisti e la alimenti.

Scommetto che se osserverete anche solo 2 dei consigli qui sopra, domani riempirete le vostre pagine… No, non scommetto, ma ve lo auguro.

BUONA RIPRESA DI SCRITTURA!

 

itinerari letterari · Variazioni sul tema editing e letteratura

Ischia, cenacolo culturale e fonte di ispirazione – di Teresa Madonia – Leggere:tutti n. 114

Ho scritto questo articolo prima che accadesse il disastro, prima che il terremoto uccidesse e ferisse…

Spero che questo articolo possa servire da incoraggiamento a quanti vivono sulla meravigliosa isola e a quanti hanno paura di tornarvi… Forza!

 

Graphic novel · Variazioni sul tema editing e letteratura

CUCINA E FUMETTI – Il Manuale di Nonna Papera docet…

(di Teresa Madonia)

nonna papera

Qualche settimana fa, navigando su internet, mi sono imbattuta in un colorato ricettario per bambini a fumetti (La cucina dei bambini, Edizione Priuli & Verlucca, 2015). Stavo cercando un regalino per la figlia di un’amica e in realtà il regalo l’ho fatto a me stessa: in quel momento si è aperto un cassetto della mia memoria – credo per la prima volta – e ho rivisto tra le mie mani di bambina un libro: era il Manuale di Nonna Papera. Chissà quante di noi over-30 l’hanno avuto tra le mani e si sono avvicinate a forni e fornelli, proprio sotto la sapiente guida dell’amabile nonnina di Walt Disney, oltre che delle nostre mamme e nonne.  Io ne ricordo ancora le bellissime illustrazioni e le ricette: la torta di Nonna Papera, la torta Elisabetta (se non erro si chiamava così in onore della sovrana inglese, sarà stata una torta vecchio stampo!).

Un salto nel passato insomma. Il Manuale fu pubblicato nel 1970 e nel corso dei decenni pare abbia venduto più di 300.000 copie. Scopro che la casa editrice Giunti ne ha operato una ristampa nel 2015. Credo che lo acquisterò. Non me ne vogliano Marco Gavio Apicio (sempre che sia esistito realmente nell’antica Roma un cuoco che si chiamasse così) e nemmeno Pellegrino Artusi. I loro ricettari – soprattutto quello del secondo, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, – sono sicuramente dei capolavori, ma il Manuale di Nonna Papera è l’emblema di una generazione di donne come me che ha imparato ad apprezzare l’atto di cucinare leggendo e divertendosi. Io poi ai piatti di Nonna Papera mi sono fermata, ma questi sono altri discorsi!!! 🙂

artusi

Ho scoperto che il panorama editoriale italiano e internazionale offre un’ampia scelta di libri di cucina per bambini, ma non solo, ho scoperto anche che va tanto di moda la cucina a fumetti, declinata in varie salse (tanto per restare in tema)…

Faccio solo qualche esempio: Chef Rubio, alias Gabriele Rubini, il noto e televisivo chef italiano, ad esempio, diventa  protagonista di un graphic novel di ultima generazione, in cui tra preparazioni di piatti e dolci si risolvono casi e si dirimono misteri (Chef Rubio: Food Fighter, di Diego Cajelli ed Enza Fontana, Edizioni Star Comics, 2014).

chef rubio

E poi i bellissimi volumi in francese editi da Gallimard dell’illustratore svizzero Guillaume Long A boire et à manger 1, 2 e 3. Tanta cucina infarcita di storielle, ricordi, consigli, usi e costumi, bon ton; i tre tomi, a prova di buongustaio, riprendono il tono stuzzicante del suo blog su Le Monde.

a boire

Oppure il manga giapponese, non ancora tradotto in italiano (ma ne esiste la versione inglese e francese), Drops of God, scritto da Tadashi Agi e disegnato da Shu Okimoto, in cui la storia del protagonista si intreccia con quella di tredici tra i migliori vini al mondo, due dei quali italiani: il Barolo Cannubi Boschis 2001, Luciano Sandrone e il Brunello di Montalcino 2005, Poggio di Sotto.

drops of god

Insomma la lista potrebbe essere infinita, ma basti questo per inquadrare il fenomeno.  In fondo la cucina è arte, tanto quanto il disegno e la scrittura e il connubio felice creato tra questi tre elementi non dovrebbe del tutto stupirci. E poi come dice Daniel Pennac: «in cucina funziona come nelle più belle opere d’arte: non si sa niente di un piatto fintanto che si ignora l’intenzione che l’ha fatto nascere»…

Ma da dove ero partita? Ah, dal Manuale di Nonna Papera. Eh sì! E’ bello ogni tanto tornare un po’bambini…

BUONA LETTURA!

itinerari letterari · RECENSIONI · Variazioni sul tema editing e letteratura

“Lo zaino è pronto, io no” di Marco Lovisolo – Recensione

(di Teresa Madonia)

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Jack Kerouac scriveva nel suo romanzo autobiografico Sulla strada (Mondadori, 2006), «Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è la vita». Le strade percorse da Marco Lovisolo in questo libro sono quelle di almeno sei paesi nel mondo e le valigie logore non sono altro che uno zaino.

Lovisolo, nuova promessa della letteratura di viaggio, torinese di nascita, amante del nebbiolo e del blues, ha raccolto le sue esperienze di viaggio in un libro in cui non si prende molto sul serio e nel quale ogni occasione è buona per fare auto-ironia.  Lo zaino è pronto, io no (Youcanprint, 2017) è un’affabile descrizione, mai noiosa, di paesi molto diversi tra loro: dal Kenya al Messico, dall’India al Perù, dalla Cambogia alla Patagonia.

Puntuali i riferimenti alla storia e alle tradizioni; esilarante il racconto dell’impatto con i cibi e le bevande – dai peperoncini verdi-dinamite alle cavallette fritte, le chapulinas, dalle foglie di coca ai chicarrones, dal granchio al sugo al pisco sour – e affascinante quello dell’incontro con gli animali (lo sguardo quasi d’intesa tra l’autore e una leonessa durante il safari in Kenya ne è l’esempio). Scorrono pagine popolate da personaggi di ogni tipo che contribuiscono a creare quell’atmosfera dell’“altro” e dell’“altrove” tipica del viaggio.

Il comune denominatore della narrazione è il passare del tempo, la diversa concezione che ne ha ogni popolo e, di conseguenza, la diversa visione della vita stessa. Un motivo di riflessione per l’autore come per tutti i lettori. Cos’è in realtà il tempo? Chi l’ha inventato e perché dobbiamo scandirlo? Lovisolo non ha risposte e non le ha nemmeno il lettore, se non trovandole nella visione utilitaristica e materiale della vita. In fondo come scrive Aldo Sarullo, parlando di un orologio, nel suo Il venditore di pensieri (NovantaCENTO, 2010): «Sembra strano che io chiami utensìle un orologio? A me no. Per me è uno dei tanti strumenti adibiti ad aiutare gli uomini nel lavoro e nella conduzione della vita. Un utensìle». E anche il tempo non è altro che un utensile, nel senso lato del termine, un’utilità. Ecco perché i popoli ne hanno una concezione diversa, perché da quell’utilità proviene loro una diversa dipendenza.

E poi: il caos delle città più trafficate contrapposto al silenzio dei luoghi sacri nella loro dimensione meditativa e mistica. E ancora: la povertà, quella che non ti aspetti e ti sorprende agli angoli delle strade o quella che percepisci radicale, immodificabile, atavica. Lovisolo sente forte su di sé una responsabilità: quella di essere più fedele possibile alla realtà, quella di dare al lettore un’informazione corretta. Non c’è attività, spostamento o esperienza in cui non si senta vigoroso il carattere dello scrittore, la sua sensibilità pulsante ed emozionata, ma anche il suo giudizio autentico e, talvolta, scanzonato. Scriveva Saint-Exupery, ne Il piccolo principe, che Lovisolo consiglia vivamente di leggere prima di partire per la Patagonia: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: si vede solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Consiglio da dare a ogni viaggiatore: sì, guardare con il cuore…e Lovisolo ci è riuscito.

 

RECENSIONI · Variazioni sul tema editing e letteratura

“Gli inabissati” di Amelia Colanton – Recensione

 (di Teresa Madonia)

Quando Amelia Colanton mi ha parlato per la prima volta del suo “libretto”, come l’ha definito, – 159 pagine ben scritte, edite dalla casa editrice romana Ensemble, dico io – l’ha fatto con la timidezza che la contraddistingue e con una nota a margine: “è piccolino, ho fatto dei tagli, non volevo annoiare troppo”. Ebbene cosa c’è di meglio di un libro piccolo, scritto divinamente (e di divinità, quelle dell’antica Grecia, ce ne sono parecchie nel racconto) e pregno di verità, di delicatezza, di garbo. Perché ne abbiamo abbastanza dei grandi tomi vuoti e senza senso.

Partiamo dalla scrittura. Semplice, curata, vicina a qualunque lettore, anche il non siciliano. Le parole dialettali sparse qua e là oltre ad avvicinare chi legge alla scena, rendendo il linguaggio più colloquiale possibile, servono anche a stemperare la tensione che cresce piano piano in tutta la narrazione. Un climax di sentimenti che negli ultimi capitoli esplode e travolge il cuore quasi come uno tsunami.

I personaggi sono molto ben delineati e il lettore, dopo aver finito di leggere il libro, se li porterà nella mente ancora per molti giorni, quasi in una catarsi che si protrae nel tempo. Ma perché? Perché l’autrice è riuscita a renderli vivi. Bè, sì, direte voi, erano vivi…quindi? La caratterizzazione del personaggio non è cosa semplice e Amelia, con l’utilizzo impeccabile di un narratore onnisciente, è riuscita nell’arduo compito dello scrittore di farceli immaginare, di amarli e apprezzarli. Io me la vedevo proprio la zi’ ‘Ntonia, “bofonchiosa” (mi sia concesso questo neologismo, presuntuosamente migliore di  “petaloso”), seduta alla sua sedia del negozio Provvidenza, mamma Rosa col suo fare garbato con ogni cliente, amorevole punto di riferimento per ogni figlio, il bel Luca alle prese con la ricerca di sé stesso e Antonia, a Roma, immersa nel suo mondo televisivo.

E proprio di Antonia voglio parlare. La protagonista/non protagonista perché tutto vuole tranne che imporsi agli occhi degli altri e quindi anche del lettore: colei che si sente privilegiata (nonostante i sacrifici di sempre), che si colpevolizza per un lavoro che ha e che gli altri non hanno; colei che soffre la lontananza dalla famiglia e dal padre malato in particolare, in un eterno senso di colpa; colei che sente su di sé il peso di decisioni inesorabili che vengono prese da altri. L’anafora è d’obbligo quando si deve descrivere un personaggio così sfaccettato e che porta nell’anima sensazioni sempre crescenti. Lei che dagli inabissati si è voluta allontanare perché, nonostante fossero condivisibili alcune delle loro istanze, non poteva rimanere immobile ad aspettare che la sua terra sprofondasse. Gli inabissati, infatti,  nonostante si muovessero e facessero tanto “scarmazzu” (direbbe  forse zi’ ‘Ntonia), erano in realtà immobili, di quell’immobilismo gattopardiano che ha mandato tutto in malora, insomma “troppo rumore per nulla” per citare Shakespeare.  Antonia si è trasferita in Continente non per codardia o per fare la bella vita, ma perché sperava di riuscire a dare una mano alla sua isola da lassù, dalla capitale.  Ma il Fato è più forte, anche più forte del volere degli dèi dell’Olimpo, e più forte di ogni volontà umana quando questa non è supportata dai sacri ideali del bene comune e non viene unita ad altre siffatte volontà.

Ebbene. La Sicilia, protagonista indiscussa di questo romanzo, da sempre martoriata da coloro che l’hanno governata, si inabissa; di fronte alla rassegnazione di tutti: di chi governa, beffardo e incapace, e di chi purtroppo, innocente e senza colpa, ci vive, ci ritorna (Luca, novello figliol prodigo), di chi si è impegnato fino allo strenuo delle sue forze (Colapesce), di chi l’ha amata e non la rivedrà mai più (Antonia) e di chi, allontanatasi per qualche giorno (mamma Rosa), ne conserverà nel cuore il ricordo e piangerà per la perdita dei suoi cari, come le mamme, le mogli di tutti coloro che in Sicilia sono periti per mano della mafia o del potere.

Il messaggio si fa chiaro e vigoroso: svegliatevi uomini di buona volontà… Insieme, forse, prima che sia troppo tardi, si può ancora cambiare, cambiare veramente però, e trovare soluzioni contro l’inabissamento, in un viaggio di ritorno agli antichi valori che hanno reso grande la Sicilia e ricchi i suoi abitanti. Non si lotta da soli, o meglio per se stessi o per vendicarsi, si lotta per il bene comune e questo gli inabissati non l’avevano capito e avevano abdicato in favore del Fato.

Bellissimo il riferimento al Lamento per il Sud di Quasimodo, lui che come Antonia ha dovuto abbandonare la Sicilia e ne ha sofferto (come tutti coloro che sono costretti ad andar via purtroppo):

“e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore”.

Amelia fa pronunciare questi versi del poeta modicano ad Apollo. In fondo la Sicilia è terra sua, terra del Sole e dell’Amore e lui non fa mistero del dolore che prova ad abbandonarla al suo destino.

 

inabissati